Tanto per (ri)cominciare.
Se hai cominciato a leggere questo articolo e piano piano ti stai inoltrando nei suoi meandri, è perché, in qualche modo, ti sei lasciato inconsapevolmente catturare dall’esordio, e senza controllo continui a scivolare oltre; ti sei immerso nella lettura accompagnandoti, mano nella mano, all’embrione di ogni vita nero su bianco. Poche righe, e l’incipit lascerà il posto al dipanarsi della storia.
Si è detto tanto, negli ultimi anni, dell’incipit: da un qualsiasi motore di ricerca sapremo che all'incipit si sono dedicati concorsi letterari, di esso ne parla il popolo della blogosfera e non c’è corso di scrittura che non vi dedichi attenzione.
Difficile dire se un buon inizio sia più o meno importante della trama (che, sia detto per inciso, è meglio non latiti), ma sarebbe quantomeno tautologico affermare che un buon incipit è una buona leva di marketing. Senza spingersi troppo in avanti, vale la pena ricordare che chi ben comincia è a metà dell’opera. Intraprendere un percorso di scrittura è un’arte che appassiona e arrovella e, se può essere vero che non a ogni libro corrisponda una fabula (prova ne siano tutti i libri che lasciamo a metà), non dovrebbe esserci testo al mondo senza un inizio. Si accettano scommesse.
Di incipit ne è piena la memoria collettiva: allevati dal celebre c’era una volta, per toccare le corde del fanciullo che è dentro ognuno di noi, siamo cresciuti bagnandoci sulle rive di quel ramo del lago di Como; poi, nel mezzo del cammin di nostra vita, ci ritrovammo per la selva di Omero, a chieder cantami o diva, del Pelide Achille, l’ira funesta.
Mai ira fu più funesta di quella che si scagliò sull’autore, lì a spremer meningi alla ricerca della parola ultima (e prima). Perché spesso l’incipit è l’ultima cosa modellata e rimodellata da uno scrittore, l’ultimo scoglio, il culmine della fatica, il momento metafisico prima della stampa. Come potrebbe darsi il contrario: hai mai visto qualche topo di biblioteca avventarsi su un libro a partire dal centro? La scelta di un autore piuttosto che di un altro dipende da come questi, da subito, ci lascia intravedere il proprio orizzonte letterario. Il primo impatto è quello che conta. Probabilmente non molti si lasceranno accattivare da un testo che comincia con questo è un libro, perché si legge per far lavorare la fantasia e, a meno che tu non sia un extraterrestre, dovresti saperlo da te che quello tra le tue mani è un libro.
Avrai piuttosto notato che è dall’inizio che mi rivolgo a te, lettore, senza filtro.
È stato, questo, uno degli ingredienti vincenti di Michel Faber, in vetta per settimane con il suo il Petalo cremisi e il bianco, viaggio dai contorni forti e inusuali in una Londra vittoriana che ci imprigiona con prime parole senza possibilità di scampo; un incipit, quello di Faber, che non conosce via di ritorno: “attento, tieni la testa a posto: ti servirà. La città in cui ti conduco è vasta e intricata, e tu non ci sei mai stato prima. Puoi immaginare, da altre storie che hai letto, di conoscerla bene, ma quelle storie ti hanno illuso, accogliendoti come un amico, trattandoti come se fossi uno del posto. La verità è che tu sei un alieno, in tutto e per tutto, arrivato da un altro tempo e da un altro luogo,,.
Da una città reale, Londra, a una città immaginaria, Macondo, frutto della fantasia del premio Nobel Garcìa Marquez. E’ lì che si snoda la vita dei Buendia, la generazione protagonista di Cent’anni di solitudine, presentatici con uno degli incipit più straordinari della storia della letteratura mondiale: “molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito,,.
Londra, Macondo, oppure una qualsiasi, stramaledetta metropoli degli Stati Uniti, buona per ambientarci Fight Club, bestseller di Chuck Palaniuk. Un incipit che mette il fiatone, costruito per darlo in pasto al cinema: “Tyler mi trova un posto da cameriere, dopodiché c'è Tyler che mi caccia una pistola in bocca e mi dice che il primo passo per la vita eterna è che devi morire. Per molto tempo però io e Tyler siamo stati culo e camicia. La gente sempre a chiedermi se sapevo o no di Tyler Durden,,.
Tre città, tre diversi biglietti da visita: non c’è accademia che ci possa dire se sia meglio l’uno o l’altro.Ma, se Umberto Eco cominciava Il nome della rosa proclamando che “in principio era il Verbo”, ci sarebbe da prestargli credito. Da qualche parte bisognava pur cominciare.