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VOCEDELSUD
Non riesco a respirare monotonie....
15 aprile 2009
Silenzi di tomba.

Se Vauro è stato sospeso per una vignetta sui cimiteri, io devo spiegarmi ogni volta che scrivo Berlusconi bara?




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14 aprile 2009
GLI OCCHI DEL BAMBINO.
Un bambino, in una fotografia di qualche anno fa, punta gli occhi verso un orizzonte quasi non immaginario, uno di quegli orizzonti che ti permettevano davvero, se pur soltanto con la fantasia, di toccare il punto dove l'acqua del mare incontrava il cielo. Tra il cielo, il mare e il bambino, una infinità di colori pastello, distese di arancioni, rossi e celesti.
Forse, fu il giorno in cui mi scattarono quella fotografia che decisi quale sarebbe stato il mio colore preferito.
Quella immagine è ora accanto a me e mi racconta di tinte e tonalità che, nella mia vita, non mi pare di aver più vissuto con la stessa intensità di un tempo.
E questo pensai quando, un giorno non lontano, mi ritrovai di nuovo lì, in quella casa di vacanza che io ed altri della mia età ci eravamo divertiti a chiamare "la casa del cielo"; era la casa da dove potevamo vivere la grandezza di essere al mondo e di toccare il cielo con un dito.
Ora, invece, che i colori parevano usciti dalla penna di Simenon, grigi che avevano della nebbia l'essenza, scoprii anche questo, e cioè che l'orizzonte era scomparso.
Addio, cielo. Addio per sempre, occhi da bambino. Fu il giorno, quello, in cui appresi che mi avevano sottratto l'orizzonte e che avrei per sempre odiato la parola "verticale", perchè credevo che era lì tutta l'amara verità che stavo vivendo, in quelle nove lettere.
E ho riso, stasera, quando c'era un politico che parlava di terremoto e diceva che bisognava fare in fretta per dare una casa ai bambini. E' stato un riso amaro, stasera, perchè so questo: costruiranno da capo con gli occhi degli adulti e un giorno altri bambini scopriranno la ferita di un mondo che gioca a rubar loro l'orizzonte.



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politica interna
14 aprile 2009
Tristi piazze
C'è una piazza di paese zeppa di pensionati che giocano a carte o semplicemente ascoltano quei tanti che sono soliti ricordare i tempi andati, storie di quando erano giovani e magari neanche si sopportavano tra loro stessi, c'è chi addirittura se le è suonate di santa ragione ma poi la saggezza tutto risolve ed eccoli qui, tutti insieme, appassionatamente: pacche sulle spalle in perfetto stile italiano e una sola ragione li tiene insieme, passare il tempo, ogni tanto qualcuno si annoia e trova una idea brillante per tentare di risolvere la routine, ma basta poco e si ripiomba nella monotonia, e per fortuna che poi viene la sera e domani è un altro giorno. Di tanto in tanto capita che qualcuno più giovane tenti un'incursione pensando che basti poco per risvegliare la geriatrica piazza e invece, ma forse non si rende conto, non fa altro che sommare la noia alla noia. Se vi è venuta in mente una tale piazza di nome partito democratico, dove si sta insieme senza sapere per far cosa se non per spostare da una parte all'altra le carte impolverate, e se poi avete intravisto un giovane che urla "unità nazionale in nome dei terremotati", ditelo voi a Franceschini che è sulla strada sbagliata e il Paese non ha per niente bisogno di aggiungere noia alla noia.
    



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politica interna
5 dicembre 2008
Puglia: dal buio fitto alle bianche notti.

Cassandre incompresibili e cacofoniche, sirene monocordi e amorfe, così si genuflettono all’Ares della politica le chiassose voci della destra pugliese.
Scandagliando i mari sino a farli torbidi, sguazzano nel sommerso, levando rumori che investono e spiazzano la piazza.
Monotoni, non sanno luce se non il buio Fitto, e travestono la cosa pubblica, la confondono, la irridono e deridono a proprio uso e consumo.
Come al mercato, lorsignori raccontarono un giorno che saremmo diventati la California dell’Oriente, da immaginarsi frotte e flotte di turisti, ci fu pure chi azzardò l’apertura di un Casinò, certo, il tale, che avremmo risollevato le magnifiche sorti e progressive di una Regione che altro non aspettava di arrampicarsi a slot e roulette.
E mentre il turismo religioso, anch’esso lodato, sulla cresta dell’onda del fascinoso culto da Pietrelcina, era diventato l’asset da cui tutto sanare, si moltiplicavano i convegni su nodi, reti, strutture e infrastrutture.
Scene di trita e ritrita grandeur che stridevano, manco a dirlo, col deserto che accompagnava le nostre terre quando si affrancavano dal turismo estivo.
La destagionalizzazione, vieppiù, era materia da dire ma da non agirsi, e rimanevano a perdersi patrimoni di muretti a secco, trulli e masserie, poco fruibili nel turismo usa e getta.
Dopo la tempesta, vengono a dirci di una lunga stagione possibile la cronaca di questi mesi e la realtà di questi giorni, con la programmazione delle Notti Bianche: tanti spettacoli, concerti, territori, saperi e sapori, tutti fruibili gratuitamente, e nomi come Battiato e Pelù come sicuri ingredienti per un primo passo, concreto, verso un nuovo modo di pensare e spendere la nostra Regione.
I soliti cori, sprezzanti e taglienti, si sono levati da destra: dimentichi dei lasciti tarantini, gli allievi di Raffaele e Palese hanno gridato a “sprechi in tempi di vacche magre”. Non sapendo che i soldi per le notti bianche provengono dall’ Europa e sono destinati, guarda un po’, proprio alla promozione del territorio. Denari con sovraimpresso un biglietto di ritorno, destinazione Bruxelles, in caso di inerzia, ci chiedono una nuova primavera: dal turismo ai turismi, una rivoluzione lontana anni luce dalla presa del Palazzo d’Inverno, un movimento che è cambio di prospettiva e che, spogliatici dalle logiche mercantili, ci consegni tutta intera la nostra bellezza, rispedendo al mittente le voci di chi vuole la Puglia orfana e sempre uguale al passato.




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9 novembre 2008
Scampia.

Alessio ha 23 anni, vive a casa dei genitori e ha una sorella, otto anni più piccola di lui. Alessio ha un diploma di maturità scientifica, uno di quei titoli di studio che “devi andare per forza all’università sennò non ti serve a niente”. Alessio, oltre al diploma, ha un padre in mobilità lunga: i soldi, alla sua famiglia, bastano sì e no per “un piatto di minestra al giorno”. Figurarsi se uno si affaccia all’Università “con questi chiari di luna”. Di Gelmini, di riforma e controriforma, Alessio non ne parla: scadrebbe nella odiata banalità, per lui sarebbe troppo facile e scontato affermare “invece di tagliare dovrebbero pensare a quelli come me che vogliono studiare e i soldi non ce li hanno”. Alessio è ripetutamente ripreso dalle telecamere, non sono quasi mai primi piani, viene sempre di sfuggita, “di striscio”. Perché lui un giorno è capitato a vivere qui, un quartiere di Napoli di nome Scampia. “Il quartiere lo sentivo alla televisione, sapevo che c’erano i morti ammazzati, poi la guerra, gli scissionisti, la droga a cielo aperto, me lo immaginavo come il Libano, con i palazzi bombardati, un po’ mi credevo pure che Scampia era come Tirana, non c’hai una lira ma la parabola, quella sì”. Chiedo ad Alessio come si vive, a Scampia, voglio capire qualcosa di questa zona così celebre per tristi fatti, e lui mi dice che “per capire un quartiere come questo devi smettere di pensare al quartiere stesso solo quando si spara. Un quartiere esiste, vive ora e sempre, indipendentemente dalle suggestioni e dalle emozioni che la cronaca può darti. E’ sbagliato affrontare un problema quando sei preso da qualcosa di forte, rischi di non vederci più niente, manderesti l’Esercito pure a casa di tua madre”. La vita giorno per giorno. Com è? Una famiglia non in odore di camorra esce di casa lo stretto necessario. Si parla con gli altri il minimo indispensabile. Si comincia a pensare che “qui tutti sono rispettabili, se e ti fai i fatti tuoi nessuno ti tocca”. “Buongiorno e buonasera, così è la vita”. Un giorno succede l’inevitabile. “Era scritto nelle cose. Prima o poi doveva accadere. Sentiamo dei botti, dei colpi, capiamo subito che è arma da fuoco pur non avendone mai fatto l’esperienza prima di allora”. Vedono, da casa di Alessio, e molto. “Tremiamo tutti come foglie, in casa. Ma basta uno sguardo, tra di noi, per “dirci” che nessuno ha visto niente. L’uscio di casa lo prendiamo come una difesa, un focolare sicuro. Il mondo cessa di esistere. Poi guardiamo i Tg, c’è un signore, uno dei tanti, che dice “la società civile deve reagire”. La società civile. Alessio e la sua famiglia sono un pezzo della società civile. Una famiglia sola, forse in compagnia di altre solitudini come la loro, una famiglia segregata per legittima difesa. Scopro che scherzano spesso, in casa, su questa possibile reazione della società civile, ma un giorno il padre ha preso e ha fatto un discorso serio. Ha detto che “lo Stato deve decidere di starci accanto, sennò non cambia mai niente. E quando dico accanto significa che deve prenderci per mano, accompagnarci fuori dall’isolamento, darci sicurezza, conforto, calore. Altrimenti, a noi indifesi non ci resta che l’arma dell’omertà, ci diranno che siamo conniventi, che facciamo il gioco dei camorristi, e saremo più soli di prima. Ecco, figli miei, molti sapientoni lucrano sulla società civile, ma io vorrei dire a lorsignori che io è già tanto, disoccupato come sto, se non mi faccio amicizie brutte. Ho letto la Costituzione, ho pianto quando sono morti Falcone e Borsellino, e quelle lacrime mi hanno detto una cosa precisa, e cioè che io ho degli anticorpi dentro, e sono proprio questi anticorpi che mi difendono dalla strada più facile, dal virus del male”.

Il 26 ottobre, a Scampia, ho capito quanto lo Stato potrebbe fare per la diffusione degli “anticorpi”.

Il 26 ottobre, a Scampia, ho visto soldati imbracciare il fucile, poi ho pensato che quei soldati presto andranno via e quelli come Alessio rimarranno uomini di volontà ma troppo soli per avere il coraggio dei giusti.




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12 ottobre 2008
CHIUDERE L'ILVA DI TARANTO?

Penso non ci sia un solo tarantino che non voglia la chiusura, o dismissione, dello stabilimento Ilva: ogni cittadino di buonsenso, per il solo fatto di appartenere alla propria terra, vorrebbe vedere estirpate le radici del male, di un autentico cancro che come metastasi si moltiplica, infliggendo sofferenze a una comunità tanto impotente quanto indifesa. Entrano in gioco, a narrare la cronaca della siderurgia in salsa pugliese, salute e sicurezza sociale, facce di una medaglia che vengono prima di ogni discorso a tutta economia o a tutta politica. Ancora, si potrebbe declinare la questione anche da un punto di vista estetico, con i fumi e le nebbie artificiali a sventrare un territorio che del suo mare magno greco avrebbe potuto nutrirsi e riprodursi.
Detto questo, impattiamo nella pochezza di un non dibattito, di una non dialettica: dire "chiudiamo" è fare la guerra soltanto ai poveri, è negare l'unica alternativa possibile a un autentico proletariato che lotta giorno dopo giorno perchè le sue otto ore non siano le ultime, perchè la morte bianca o l'infortunio non spoglino l'ennesima tuta blu. Vorrei un giorno poter sfogliare un quotidiano con due belle notizie: la prima è che è stata finalmente trovata una alternativa occupazionale per Taranto e la sua provincia; la seconda è che possiamo davvero pensare a una città senza più il mostro della siderurgia.
Ma, fino a quando quel giorno non sarà arrivato, le due notizie non potranno che restare nei sogni d'ognuno, esattamente nell'ordine in cui le leggete.




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4 settembre 2008
Tanto per (ri)cominciare.

Se hai cominciato a leggere questo articolo e piano piano ti stai inoltrando nei suoi meandri, è perché, in qualche modo, ti sei lasciato inconsapevolmente catturare dall’esordio, e senza controllo continui a scivolare oltre; ti sei immerso nella lettura accompagnandoti, mano nella mano, all’embrione di ogni vita nero su bianco. Poche righe, e l’incipit lascerà il posto al dipanarsi della storia.
Si è detto tanto, negli ultimi anni, dell’incipit: da un qualsiasi motore di ricerca sapremo che all'incipit si sono dedicati concorsi letterari, di esso ne parla il popolo della blogosfera e non c’è corso di scrittura che non vi dedichi attenzione.
Difficile dire se un buon inizio sia più o meno importante della trama (che, sia detto per inciso, è meglio non latiti), ma sarebbe quantomeno tautologico affermare che un buon incipit è una buona leva di marketing. Senza spingersi troppo in avanti, vale la pena ricordare che chi ben comincia è a metà dell’opera. Intraprendere un percorso di scrittura è un’arte che appassiona e arrovella e, se può essere vero che non a ogni libro corrisponda una fabula (prova ne siano tutti i libri che lasciamo a metà), non dovrebbe esserci testo al mondo senza un inizio. Si accettano scommesse.
Di incipit ne è piena la memoria collettiva: allevati dal celebre c’era una volta, per toccare le corde del fanciullo che è dentro ognuno di noi, siamo cresciuti bagnandoci sulle rive di quel ramo del lago di Como; poi, nel mezzo del cammin di nostra vita, ci ritrovammo per la selva di Omero, a chieder
cantami o diva, del Pelide Achille, l’ira funesta.
Mai ira fu più funesta di quella che si scagliò sull’autore, lì a spremer meningi alla ricerca della parola ultima (e prima). Perché spesso l’incipit è l’ultima cosa modellata e rimodellata da uno scrittore, l’ultimo scoglio, il culmine della fatica, il momento metafisico prima della stampa. Come potrebbe darsi il contrario: hai mai visto qualche topo di biblioteca avventarsi su un libro a partire dal centro? La scelta di un autore piuttosto che di un altro dipende da come questi, da subito, ci lascia intravedere il proprio orizzonte letterario. Il primo impatto è quello che conta. Probabilmente non molti si lasceranno accattivare da un testo che comincia con questo è un libro, perché si legge per far lavorare la fantasia e, a meno che tu non sia un extraterrestre, dovresti saperlo da te che quello tra le tue mani è un libro.
Avrai piuttosto notato che è dall’inizio che mi rivolgo a te, lettore, senza filtro.
È stato, questo, uno degli ingredienti vincenti di Michel Faber, in vetta per settimane con il suo il Petalo cremisi e il bianco, viaggio dai contorni forti e inusuali in una Londra vittoriana che ci imprigiona con prime parole senza possibilità di scampo; un incipit, quello di Faber, che non conosce via di ritorno: “
attento, tieni la testa a posto: ti servirà. La città in cui ti conduco è vasta e intricata, e tu non ci sei mai stato prima. Puoi immaginare, da altre storie che hai letto, di conoscerla bene, ma quelle storie ti hanno illuso, accogliendoti come un amico, trattandoti come se fossi uno del posto. La verità è che tu sei un alieno, in tutto e per tutto, arrivato da un altro tempo e da un altro luogo,,.
Da una città reale, Londra, a una città immaginaria, Macondo, frutto della fantasia del premio Nobel Garcìa Marquez. E’ lì che si snoda la vita dei Buendia, la generazione protagonista di Cent’anni di solitudine, presentatici con uno degli incipit più straordinari della storia della letteratura mondiale: “
molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito,,.
Londra, Macondo, oppure una qualsiasi, stramaledetta metropoli degli Stati Uniti, buona per ambientarci Fight Club, bestseller di Chuck Palaniuk. Un incipit che mette il fiatone, costruito per darlo in pasto al cinema: “
Tyler mi trova un posto da cameriere, dopodiché c'è Tyler che mi caccia una pistola in bocca e mi dice che il primo passo per la vita eterna è che devi morire. Per molto tempo però io e Tyler siamo stati culo e camicia. La gente sempre a chiedermi se sapevo o no di Tyler Durden,,.
Tre città, tre diversi biglietti da visita: non c’è accademia che ci possa dire se sia meglio l’uno o l’altro.Ma, se Umberto Eco cominciava Il nome della rosa proclamando che “in principio era il Verbo”, ci sarebbe da prestargli credito. Da qualche parte bisognava pur cominciare.




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